Girovagando tra i massimi sistemi


di Vieri Poggiali
 


Ci si è messo ad un certo punto persino Sua Santità Benedetto XVI, a discettare di occupazione in Italia, e non con generici appelli bensì con tanto di nomi e cognomi: Fiat e Alcoa, Termini Imerese, Porto Vesme, Fusina. Un intervento, quello del Pontefice, che ha immesso un ulteriore carico da undici in un dibattito antico quanto l’economia industriale, riguardante il ruolo dell’impresa. Dove due maxi-quesiti campeggiano. Il primo suona così: ad una azienda spetta produrre soprattutto occupazione, oppure ricchezza? (E il correlato problema a propria volta è quello di sempre: l’obiettivo che più deve contare in economia è la creazione di risorse oppure la loro distribuzione?). Quanto al secondo quesito, eccolo: ad una impresa che a vario titolo abbia nel corso degli anni incassato sostegni pubblici, è lecito tirare diritto per la propria strada (e nel caso di specie anche chiudere un impianto quando non regga più)? Le vicende delle fabbriche condannate sulle quali si disputa sono emblematiche di quanto certi dilemmi siano di ardua soluzione anche in sede di contemperazione eventuale di esigenze diverse. Se ne sono sentite e lette di tutti i colori. Da un’area politica per esempio si è gridato allo scandalo perché la Fiat aveva annunciato un cospicuo pay-off di dividendo per primavera, più o meno in ribadita conferma dell’intenzione di chiudere lo stabilimento siciliano. Non solo : sempre dalle stesse sponde, è stato affermato che occorre mantenere la produzione di autovetture in Italia esattamente nelle dimensioni quantitative nelle quali ciò avviene adesso (dunque con Termini Imerese aperto e funzionante), “visto che importiamo macchine dall’estero”. Dunque ci sarebbe a gò-gò per vendere le “made in Sicily”. Tesi sorprendente, invero: il dubbio che l’acquisto di auto altrove prodotte avvenga per via di una positiva e libera scelta dei mercati neppure sfiora, si vede, quanti individuano nella sola produzione, e non nello smercio dei prodotti, la chiave di volta di una economia. Le ostilità alle dismissioni di impianti che come nel caso di Termini Imerese (e di Porto Vesme) non producono più ricchezza,, anzi dissipandone, si originano sempre da visioni ignare di ciò che significhi operare in mercati concorrenziali. Vale per Fiat il discorso, come per l’alluminio di Alcoa. E’ apparso poi agli occhi di molti scandaloso (“gli americani vogliono andare a produrre in Paesi arabi!”) che le imprese tirino a localizzarsi dove possono trovare migliori condizioni operative, dal costo dell’energìa elettrica (l’aspetto più rilevante per Alcoa e il suo alluminio) alle infrastrutture (che penalizzano la produzione di auto in Sicilia, per i maggiori costi vuoi dell’afflusso da lontano di tanti componenti da assemblare-in latitanza o insufficienza delle infrastrutture stradali e portuali-, vuoi della successiva immissione alla vendita delle macchine assemblate). Di qui dunque insistenze e pressioni perché le imprese non chiudano, quasi che il compito loro fosse appunto di produrre anche in perdita pur di conservare posti di lavoro e distribuire salari. E’ distorsione che si ripete sistematicamente quando una impresa di grandi o medie dimensioni annaspa, e che invece non emerge nei riguardi delle tante piccolissime aziende che ogni giorno soccombono per identiche ragioni, soltanto in proporzioni infinitamente minori. E v’è dell’altro, nelle vicende. L’alluminio, per esempio, L’Alcoa sarebbe ancora disposta a produrlo anche in Italia, purché però l’energìa elettrica non costi nel modo spropositato che ha premuto a lungo. Ovvio che nei Paesi arabi l’energìa elettrica da centrali pressoché a bocca di pozzo di petrolio, e non scaturente da materie prime importate come è da noi, costi infinitamente di meno. L’Enel risultava peraltro disponibile a più ridotte tariffe, ma è Bruxelles a opporsi. Per gli eurocrati un eventuale più favorevole prezzo rappresenterebbe un aiuto di Stato che gli statuti dell’UE fieramente proibiscono: e l’Italia è chiamata a subìre al pari di altri membri UE la diminuzione di sovranità che impedisce l’adozione di politiche tariffarie quali strumento di politica economica d’interesse nazionale. Sarebbero aiuti di Stato, peraltro? L’Enel è una s.p.a. quotata in Borsa, non più un ente pubblico, anche se la quota azionaria unitariamente più rilevante fa capo allo Stato: è corretto voler impedire ad una società che sta sul mercato di decidere da sé le tariffe destinate ad un cliente di grosso calibro? Gli eurocrati forse stanno francamente esagerando. Ed è tema politico grossissimo. Tornando invece a Fiat, v’è poi la “vexata quaestio” degli aiuti plurimi a suo tempo elargitile (che ci sono stati, anche se il suo attuale presidente cade dalle nuvole. Forse all’epoca non c’era, o se c’era dormiva). E’ tema di fondo, che però crediamo non possa approdare alla conservazione a tutti i costi di impianti. E’ fuori di dubbio che spesso e volentieri in svariati campi (chimica, mineararia, metalmeccanica ecc.) con l’ausilio di quattrini pubblici sono state aiutate a sorgere, e poi sorrette, unità produttive. Con l’obiettivo ovviamente non secondario di dare luogo ad occupazione nelle aree di insediamento. Poi però anche quelle unità a volte non reggono economicamente più. Il torto però, se il termine è usabile, è d’averle fatte nascere. Né basta dire alle loro proprietà, anni dopo, “voi avete preso dei soldi”. Li hanno presi, ne hanno però anche distribuiti in lavoro e salari, sul territorio allora prescelto (e senza quegli aiuti, lavoro e salari non ci sarebbero stati). Dunque i soldi pubblici hanno riguardato azionisti, manager, salariati. Tutti, non le sole aziende con rispettivi azionisti. Gli aiuti prima ricevuti (si chiamassero finanziamenti a fondo perduto, finanziamenti agevolati, interventi per la rottamazione, eccetera) non possono perciò tradursi in vincolo per forzare una continuità produttiva, quando economicamente una situazione non regga più. Sarà, anzi è duro dirlo, ma non se ne sfugge. Ad un impianto moribondo non va praticato mai il bocca-a-bocca. Le ricadute sociali riguardano un altro piano: trattamenti seri di disoccupazione, ricerca di conversione produttiva (per Termini Imerese di ipotesi ne sono pur spuntate, e non poche), eccetera. E’ assurdo invocare la cristallizzazione dell’esistente. Almeno, fino a quando si voglia mantenere il Paese nell’area dei sistemi di cui è il mercato un riferimento (ciò che sin qui all’Italia ha reso più vantaggi che grane).






  


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