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Turbinìo di eventi economico-politici dunque, in febbraio, ovviamente non casuale posto l’avvicinarsi progressivo alle elezioni regionali dalle quali l’attuale coalizione di governo non sa bene se uscirà rafforzata oppure indebolita. Finite un po’ in apnea le vicende degli impianti candidati alla chiusura (Termini Imerese/Fiat, Porto Vesme e Fusina/Alcoa) altre due hanno fatto spicco come si sa su tutte, e cioè intanto quelle relative a Bertolaso e alla Protezione civile, e poi le polemiche sull’entità reale dell’operazione scudo fiscale. Su quanto avrebbe reso per davvero. Qualche riflessione, in merito. Le furibonde lacerazioni sulle commesse e gli appalti relativi alla Maddalena e alla ricostruzione dell’Aquila-al di là delle tante persone coinvolte anche attraverso sconcertanti modalità- hanno posto sui tavoli della politica e dei legislatori un grosso problema, ed hanno introdotto un nuovo inquietante rischio : quello cioè che dinnanzi all’attivismo (non sempre limpido) delle varie magistrature non si ripiombi presto nella ben nota “morta gora” per cui, onde non correre pericoli né attuali né prospettici, ai vari livelli della pubblica amministrazione si tornino a preferire inattività e trionfo delle pastoie burocratiche rispetto alle velocità esecutive che i regimi di operatività straordinario consentivano. Insomma, il rischio che si ritorni ai biblici tempi del garantismo formale assoluto (ammesso che mai vi si sia accompagnato anche quello sostanziale….), e che il più rassicurante “non-fare” riprenda ai piani alti dello Stato a prevalere sul “fare”. Sotto questo profilo, certamente non aiutano le stesse disavventure giudiziarie dell’ex-pezzo politico da novanta veneto nonché ex-ministro Prandini (il quale a seguito della definitiva chiusura di procedimenti a suo carico per vicende di lustri e lustri fa, si è ritrovato ora condannato a risarcire di propria saccoccia iperboliche somme allo Stato : somme delle quali peraltro si stenta a credere che le abbia intascate personalmente, e che molto probabilmente neppure possiede, come egli stesso ha con verosimiglianza affermato). Quale autorità pubblica, quale amministratore pubblico, quale personaggio pur investito di responsabilità e incombenze anche e proprio nella direzione del “fare” oserà avventurarsi di nuovo sulle impervie strade delle realizzazioni, avendo permanentemente sulla testa la spada di Damocle potenziale di una casta di magistrati (o di schegge a volte impazzite della stessa casta) che magari a distanza di anni si lancerà nelle gioiose cacce ad irregolarità spesso più formali che sostanziali, di facciata più che di contenuti? A valle del violento can-can sviluppatosi sulla Protezione civile residua dunque appunto il problema, non eludibile in tempo anche breve, di mettere a punto per il futuro meccanismi operativi meno medioevali : soprattutto per le opere pubbliche, appunto. Ma non si sa se nel caso di specie quel famoso detto latino che suona come “oportet ut scandala eveniant” avrà alla fine esercitato una opportuna azione di stimolo verso la modernizzazione del Paese, o non avrà piuttosto contribuito a risospingerlo verso la paludosità delle procedure, dei tempi infiniti, della inadeguatezza, dei ritardi. Quanto al secondo filone di vicende che in apparenza almeno hanno soprattutto tenuto banco, e cioè al discorso circa l’entità effettiva del rientro di risorse a seguito dello scudo fiscale (peraltro prorogato per ulteriori mesi a condizioni leggermente aggravate), il dubbio è che qui tutti abbiano torto e ragione assieme, e che dunque ci si trovi di fronte, tanto per cambiare, ad una delle numerose commedie italiche. E’ stato comunicato da una parte che l’operazione scudo ha fatto rientrare poco meno di 100 miliardi. Da opposta sponda, che si è trattato invece di soli 35. La Banca d’Italia e il suo governatore sono stati investiti di conseguenza dall’ennesima bufera della contestazione anche politica, proprio mentre il governo italiano dava segni di volersi impegnare per cercare di far installare Draghi sulla poltrona formalmente più alta nella struttura finanziario-monetaria dell’Unione europea (e non è stato un bel vedere). Pian pianino, dalle accese dispute è appunto saltato fuori che il divario di oltre 60 miliardi (hai detto poi un pròspero !) nelle valutazioni formulate tra polemizzanti sedi è spiegabile, eccome. Perché chi ha parlato di soli 35 miliardi intendeva il materiale flusso di liquidità rientrate tra le mura di casa, mentre chi ha contabilizzato in oltre 90 miliardi il “bottino” complessivo vi ha incluso anche il valore di beni immobili e mobili che non si spostano fisicamente (titoli e partecipazioni che senza più incorrere nella illegittimità restano custoditi fuori pur avendo ripreso passaporto italiano, case, preziosi, opere d’arte ecc.). Ergo, due cifre così abissalmente remote tra loro si giustificano e si legittimano entrambe senza confliggere, una volta chiarito l’equivoco insorto tra misurazione di flussi liquidi effettivamente rientrati e valori di mercato dichiarati come di proprietà di italiani (relativi a beni che peraltro sotto il profilo del sostegno alle esigenze di rilancio economico interno non possono conferire alcun aiuto). Buoni tutti e due i numeri dunque, e buone tutt’e due le spiegazioni. Il guaio è che si giustifica purtroppo, v’è da credere, anche una terza considerazione, e cioè che per quanto riguardava la dichiarata speranza che in Italia rientrassero fisicamente risorse in grado di reimmettersi qui in casa, con positive ricadute d’investimento, nel ciclo economico produttivo, l’operazione scudo è risultata di fatto un mezzo flop. Di risorse finanziarie utilizzabili a fini di sviluppo ne sono ritornate insomma in modesta misura, si direbbe questa l’amara verità. Forse c’è stato, shakespearianamente, “much adoo but nothing”, molto rumore se non proprio per nulla, appunto per poco. Ma le polemiche, pur se di scarsa sostanza, non si placano.
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